Io e Giulia

Tunisia

…in cui Marco ha mangiato il pane del deserto, Giulia ha ammirato la Via Lattea dal buio di un’oasi e Chokri ha allestito un museo in casa sua…

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su email

…in cui Marco ha mangiato il pane del deserto, Giulia ha ammirato la Via Lattea dal buio di un’oasi e Chokri ha allestito un museo in casa sua…

Questo Paese non è fatto soltanto di Medine affascinanti, di villaggi sul mare, di portoni variopinti e di dromedari nel deserto. La Tunisia è fatta soprattutto della sua gente. I tunisini sono genuini, accoglienti ed ospitali.

La maggior parte di loro vive con poco, e a noi, questo modo di vivere ha fatto percepire la profondità e la vera essenza della loro terra.

E questa è una delle ragioni per cui amiamo viaggiare: per sentire ciò che la gente del posto ha da trasmetterci e per esser parte (almeno per un po’) delle loro storie.

Della Medina di Tunisi ci ha affascinato il modo in cui Chokri, il primo tunisino in cui ci siamo imbattuti, ci ha inseguiti per strada per portarci a vedere il suo “museo di tappeti”, che poi abbiamo scoperto essere il piano superiore di casa sua.

Così abbiamo fatto il tour della sua casa-negozio, dove da una terrazza decorata di mosaici abbiamo potuto ammirare, dall’alto, tutta la Medina con il suo via vai frenetico di persone.

Il nostro Cicerone ci ha poi offerto un tè alla menta (ci siamo innamorati di questa bevanda) e ci ha raccontato la storia della sua famiglia e della loro produzione di tappeti.

Dopo aver salutato Chokri (non prima di aver comprato un souvenir nella sua casa-negozio) abbiamo visitato il Museo del Bardo, che ci ha colpito per il contrasto tra bellezza e desolazione del luogo. Si respira un’aria “consumata”, i turisti sono pochi, la paura si percepisce ancora ma, nonostante tutto, la storia, la maestosità e la grandezza delle opere che custodisce continuano a togliere il fiato.

A meno di mezz’ora da Tunisi abbiamo visitato il coloratissimo villaggio di Sidi Bou Said, che ha uno stile completamente diverso rispetto a quello tipico tunisino.

Questo piccolo villaggio sul mare è caratterizzato da case bianco calce con portoni di un azzurro acceso, il tutto contornato da corolle di fiori variopinte. Nell’aria del villaggio c’è un dolce profumo di tè alla menta che si mescola agli accattivanti richiami dei negozianti che, senza sosta, invitano i turisti a visitare le loro botteghe. Ogni passante è “il primo cliente della giornata”, per questo porta fortuna e merita uno sconto speciale.

Il giorno dopo ci siamo inoltrati verso il sud tunisino, scegliendo come prima tappa Sfax, una città che ci ha accolto con un’atmosfera davvero autentica, dovuta alla totale assenza di turisti oltre a noi.

La Medina di Sfax, circondata da imponenti mura, è un vero e proprio labirinto, e noi, che l’abbiamo visitata in un giorno in cui tutti i negozi erano chiusi, più di una volta abbiamo perso l’orientamento, ritrovandoci a percorrere e ripercorrere le stesse via prima di trovare l’uscita. Non seguite il nostro esempio, ma visitatela con le botteghe aperte seguendo il suono dell’adhan (il richiamo alla preghiera) per ritrovare la Moschea centrale, punto di riferimento in tutte le medine tunisine.

Il nostro viaggio è proseguito con Douz, famosa per essere la città che apre le porte al deserto. Qui abbiamo respirato l’aria rarefatta del mercato con le sue centinaia di spezie colorate e abbiamo esplorato le antiche botteghe degli artigiani, osservandoli nel pieno della loro attività.

Non abbiamo dormito in un albergo, ma a casa di Mohamed, un raccoglitore di datteri che ci ha raccontato alcune storie della sua vita e del suo lavoro, mentre sua moglie cucinava per noi una cena squisita a base di cous cous.

È difficile descrivere a parole la vastità del deserto e le sensazioni che evoca. Il deserto non è solo dune di sabbia da oltrepassare, è uno stile di vita. Fati, la nostra guida, un nomade nato e cresciuto lì, ci ha raccontato che cosa rappresenta il deserto per chi ci vive, ovvero un luogo in cui sentirsi al sicuro e soprattutto a casa.

Basta accendere un fuoco e scavare una buca per cucinare il pane, basta infilarsi tra le dune per trovare un letto da cui osservare un incantevole cielo stellato. Il deserto, dice Fati, è una filosofia di vita, una vita difficile, in cui ci si aiuta a vicenda, in cui non esistono competizioni ma solo solidarietà.

Per noi il deserto è stato un susseguirsi di scoperte. La più affascinante è stata quella di vivere l’atmosfera serale dell’Oasi di Ksar Ghilane. Qui abbiamo fatto un fuoco per riscaldarci, abbiamo passeggiato intorno ai vapori di una pozza d’acqua calda e abbiamo fumato tabacco aromatizzato con il narghilè.

Poi Giulia si è allontanata dall’oasi, curiosa di ammirare il cielo notturno e le stelle del deserto. Ha trovato un angolo riparato dal vento ed è rimasta lì, col naso all’insù, emozionata come una bambina nel guardare come mai aveva fatto prima la Via Lattea, e felice, vedendo una stella cadente, di desiderare proprio quello che stava vivendo in quel momento.

E Marco? 
Marco, come al solito, dormiva…

Best Food

Best Food

Pane cotto nella sabbia del deserto accompagnato da tè alla menta. Non so se ci ha affascinato più il procedimento o il sapore, o forse entrambi, ma senza dubbio questo è stato il nostro best food tunisino. 

Best Place

Il portone verde e rosso nella medina di Hammamet. Mentre stavamo fotografando questo portone, affascinati dai suoi colori, cercavamo di indovinare chissà quale luogo incantato potesse nascondervisi all’interno. In quel momento si è fermato un passante che, incuriosito dalle nostre supposizioni, ci ha svelato il mistero. Dietro questo portone, che si trova di fronte alla Grande Moschea, c’è un bagno utilizzato per lavarsi prima della preghiera. Se è aperta una sola porta significa che il bagno è destinato solamente agli uomini, se invece sono aperte entrambe, il bagno è aperto solo alle donne.

Condividilo con…

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su email